“Issa le vele che il Mare affrontiamo: la Luna ce la portiamo”

“Issa le vele che il mare affrontiamo, la Luna ce la portiamo” (22 marzo/ 16 aprile 2026) cm 50 x 90 Lastra di plexiglass a specchio termodeformato con inserita una struttura lignea, funi tiranti e lastra plexiglass nero deformato ed una sfera.
“Issa le vele che il Mare affrontiamo: la Luna ce la portiamo”
Possiamo partire da questa sfera posta su un cielo a specchio deformato. La sfera sembra sfuggire, ma una fune la trattiene o meglio, la trascina con se. Lo specchio deforma tutto ciò che lo circonda, l’ immagine di chi lo guarda, di chi ci gira attorno., lo sguardo del curioso che non si raccapezza in questo gioco di luci e di riflessi. Anche il cielo è nel Caos.
Una sagoma lignea attraversa la scena. Un reperto di una consolle capovolta la cui forma mi ricorda una nave vichinga.
“Issa le vele…” mi par di sentire gridare in questo frastuono di bagliori. “Issa le vele che il mare affrontiamo…”, e le vele sono in quei tiranti che da un capo all’ altro di quello scafo si intrecciano pronti ad issare ciò su cui il vento poi potrà soffiare.
Ma il mare è già in agguato. Una lastra di plexiglass nero termodeformato sta invadendo minacciosamente lo scafo; un’ onda nera che il riflesso dello specchio amplifica.
“Issa le vele…” par di sentire ancora mentre la Luna ancorata allo scafo, altera la sua rotta.
“La Luna ce la portiamo…”, come punto di riferimento, come solidità stabile in tutto questo frastuono.
Il Mare, la nave, la Luna, le funi tirate, il riflesso caotico di un mondo che grida, di un mondo minaccioso che incombe sul flusso regolare della Vita.
Quanti significati possiamo dare a questa accozzaglia di elementi; si, accozzaglia, perchè il bello di fare Arte è proprio in questo: mettere insieme elementi trovati a caso (come nella vita ci si incontra per caso), e farli dialogare, per vedere poi l’effetto che fa.
Quante visioni ne scaturiscono, quante prospettive differenti, quanti conflitti.
La lastra specchiante è come un rimbalzo di suoni, di schizzi frammentati che dilagano tutt’ attorno.
Una sola struttura lignea appare lineare, pulita, come assi cartesiane che delineano il tempo, che ci danno certezza.
“Issa le vele che il mare affrontiamo…”, è l’albero maestro di una ipotetica nave; è l’albero pilota solido e stabile, a cui ci si aggrappa nei momenti cruciali, quando tutt’ attorno è fluido ed incerto.
Ho sottoposto quest’Opera ad un commento critico con l’ Intelligenza Artificiale, ma più di tanto non ne è scaturito. La solita critica formale, interessante ed acuta, piena di spunti, ma niente di più.
Avrei voluto che mi parlasse di Omero, delle peripezie di Ulisse, degli Argonauti, che mi creasse un legame tra l’ ieri e l’ oggi, una similitudine, perchè il Mare di Omero ed il viaggio di Odisseo è un “senza tempo”che pervade tutti i Continenti baciati dai mari.
Ma forse nelle giovani civiltà moderne, quel sapore salmastro, quel fluttuare di onde sullo scafo ligneo, non è più un ricordo e forse neanche più una memoria, dispersa nell’ ignoranza collettiva dove l’ antico non ha più valore, ma puro e semplice reperto archeologico.
E l’Intelligenza Artificiale quando si farà Umana, coglierà quei nessi che intercorrono tra segni e segni, tra cose e cose, tra spazi e vuoti; coglierà quelle profondità umane da cui scaturiscono Immagini e sogni e le saprà disporre in modo più lineare e poetico.
Per il momento accontentiamoci pure di quei richiami formali che riesce a cogliere tra i vari Artisti presenti sulla scena contemporanea.
“Dici più tu che la tua Opera” afferma l’ A.I. Ma l’ A.I. ha un’ anima? Ha una capacità penetrativa per cogliere le varie soggettività di chi ha compiuto l’ Opera?
In fondo l’Opera è lo specchio del suo autore. è l’ inconscio che si fa coscienza; è quel grido segreto che ha scavato l’ anima e ora, come magma vulcanico riaffiora con prepotenza.
Lo specchio deformato riflette i mille volti sepolti nel nostro inconscio; riflette le nostre passioni più nascoste, riflette le nostre speranze più segrete che si aggrappano a quelle funi, a quella Luna, a quello scafo vichingo fatto di un legno solido che si contrappone ad un mare in tempesta.
La Vita è il nostro scafo, che dalla nascita alla morte, solca questo spazio, naviga questo tempo in continua trasformazione, in continui conflitti che lo sbalzano da un punto all’ altro.
La vita e la morte, la solitudine dell’ essere; la solitudine di questo viaggio anche se tutt’ attorno altri esseri ci accompagnano, ci sono vicini; anche se si formano regole per convivere, se si disegnano progetti collettivi;
alla fine il nostro singolo progetto di vita si disperde nella molteplicità infinita di questo universo.
Si disperde, o si rafforza la coscienza del senso della nostra singola esistenza. L’Oonda del mare potrà pure inghiottirci, potrà pure spezzare lo scafo o le vele che ci spingono innanzi, ma mai potrà sopraffare il nostro grido di speranza.
Più la tempesta infuria, più pensa di sconfiggerci, più ci riattiva quegli ingranaggi segreti che giacciono dormienti.
La Vita è come un siero antitumorale iniettato nel Mondo, un siero il cui scopo è debellare le malattie congenite che affliggono il nostro Pianeta, che è pari ad un insignificante organismo disperso nel Cosmo infinito. Ma l’ Insieme di questi organismi celesti formano una Unità ben precisa: l’ Universo.
La Vita come il siero si attiva per rigenerare energia positiva là dove il tumore maligno perfora il nostro organismo.
Non che quest’opera voglia essere un proclama, ma guardandola mi fa emergere significati nascosti, mi delinea pensieri che forse non hanno nulla a che fare con l’ estetica dell’ opera, con le motivazioni per cui ogni singolo elemento si sia aggregato in quel modo e solo in quel modo.
Ma l’Intelligenza Umana rispetto a quella Artificiale, sa guardare oltre ciò che appare, sa connettersi ai substrati più reconditi per far emergere ciò che sta dietro, dentro ed oltre l’ Immagine che vediamo.





