“Ecce Homo” (Antonello da Messina)
“Ecce Homo” (13 gennaio 2026) Stampa su plexiglass 5 mm, di cm 45 x 58, termodeformata assemblata a vecchia cornice laccata bianco avorio di cm 61 x 76, con intreccio di funi marinare
“Ecce Homo”
(Antonello da Messina)
La prima domanda che mi è venuta, dopo aver assemblato quest’ Opera, è stata: dove la posso collocare ora, su quale parete, in quale contesto?
Si proprio, dove la posso esporre visto il particolare troppo religioso, anche se l’ immagine è quella di un’ opera di Antonello da Messina? L’ ho rielaborata un poco e poi termodeformata e ho inserito una sfera sull’ angolo sinistro piegato in alto, da cui partono quelle funi.
Antonello da Messina l’avevo menzionato in un’ Opera precedente (nel Blog “Ecce Homo”) e avevo scritto : “… sarà stato il titolo data a quell’ opera o sarà stato l’ atteggiamento dell’ Immagine che mi ha richiamato alla memoria questa tavola dell’ Antonello. Il ritratto di un Uomo, il suo sguardo compassionevole, il suo destino imminente, il suo punto di partenza su quello che succederà dopo. Un qualcosa in comune che mi parve legarli assieme attraverso i centinai di anni o i millenni che li separa.
Ecco l’ Uomo nell’ intento di ricercare la sua vera entità in un mondo che non ne riconosce più la sua natura più alta….” Cosi scrissi per quell’ Opera e quel raffronto.
Ho voluto ora riprendere quest’ Immagine di Antonello da Messina, l’ ho rielaborata un poco, e l’ ho inserita in questa vecchia cornice. Una cornice classica, abbastanza lineare, ma il suo colore originale, un dorato sporco, non mi piaceva molto.
Ho iniziato allora a fare vari tentativi di colore in modo che si adattasse bene al colore scuro del fondo della figura. Vari tentativi che però non mi soddisfacevano.
Alla fine ho preso un tubetto di acrilico bianco avorio e glielo ho spennellato sopra in modo un pò grossolano.
Adesso, tutto sommato non mi pareva male e con vernice e lacca l’ ho rifinita. Ha acquisito un aspetto a mio parere interessante, anche con quel filino d’ oro che scorre lungo tutto quell’ incavo della sagoma.
Ora poteva andare e poteva meglio far risaltare quell’ Immagine.
La grossolanità di quella tinta bianca ben lucidata e laccata, mi riportò alla memoria quel detto popolare dei “Sepolcri imbiancati”, che fa riferimento a tutte quelle persone malvagie che si atteggiano a buone e virtuose.
Un contrasto quindi che mi parve interessante, tra la cornice e l’ immagine, tra la lucentezza del plexiglass e il pressapochismo della cornice che l’ ingloba; ecco il primo significato che mi apparve in quest’ Opera: un mondo che parla, parla e parla bene, ma poi in fondo è marcio, corrotto e violento…
Ecco l’ Uomo, (Ecce Homo di Antonello da Messina), incoronato di spine, flagellato e deriso; un Uomo che ti guarda ed il suo sguardo si sdoppia tra compassione e tristezza, tra pietas e rassegnazione.
Uno sguardo penetrante che ti ghiaccia il sangue, che ti raggela, perchè cosi disarmato e disarmante, ma cosi lucido e profondo che la lucentezza del plexiglass sa riflettere.
Mi fa paura a guardarlo, mi intimorisce, forse perchè non siamo più abituati a dipingere in questo modo, astratti come siamo nella pittura di oggi.
Ma sento la sfida che ora ho in mano, la sfida che questa lastra mi pone, la sfida che questa immagine mi mette innanzi.
Con calma e determinazione prendo la pistola termica e intervengo sulla lastra riscaldandola in alcuni punti che poi deformo, quasi a volerla fare uscire dal quadro, quasi a volerla fare rivivere in un contemporaneo amorfo, dove la pietas è solo una propaganda politica, uno strumento di massa per soggiogare gli esseri umani.
Ma lo sguardo di quest’ Uomo continua a fissarmi, come a chiedere di fare qualcosa in più, di osare qualcosa in più.
E allora strappo un lembo della lastra, la piego come a volerla ribaltare. Sul retro di quel lembo svolazzante, una sfera: un Sole, una Luna, un Mondo, simbolo di tante cose.
Non voglio richiamare alla memoria i “tagli” di Lucio Fontana, quel ricercare oltre la superficie del quadro, quell’ andare dentro e dietro, per superare il presente che appare caotico e confuso, ma dietro ad ogni cosa c’è sempre il suo opposto luminoso.
Non voglio ricordarmi di Alberto Burri, delle sue jute e plastiche bruciate, dei suoi cretti lacerati da cui non può nascere più nulla, (è passata quella stagione che tanto mi ispirò negli anni passati), ma tutto quel passato ritorna assieme a questa Immagine del ‘400 cosi lontana ma vicina.
Ritorna nel presente con quella fune che si snoda da un capo all’ altro della cornice, con quegli intrecci che si intersecano, come a disegnare percorsi immaginari da seguire oltre il reale.
Linee rette che come atomi centrifugati schizzano come lampi, bagliori nella notte buia di un tempo che non conosce luce, saette che rimbalzano da un capo all’ altro di questo mondo chiuso.
E sullo sfondo il triste sguardo di un Uomo che sta per morire nel silenzio assordante di algoritmi robotici.







